Come la produzione e condivisione di energia solare a chilometro zero possono ridurre le emissioni di CO2 e portare benefici ambientali ed economici al territorio.
I limiti insostenibili del modello energetico tradizionale
Per oltre un secolo, il sistema di produzione di energia elettrica del nostro Paese si è basato su grandi centrali termoelettriche alimentate da combustibili fossili (carbone, petrolio, gas). Questo modello ha garantito una produzione facilmente programmabile, ma comporta costi ambientali e sanitari sempre meno accettabili. [1]
Come ormai ben noto, la combustione di fonti fossili rilascia grandi quantità di CO₂ e di inquinanti (ossidi di azoto, polveri sottili, anidride solforosa), che contribuiscono al cambiamento climatico e al peggioramento della qualità dell’aria.
Il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra aumenta la frequenza e l’intensità di eventi estremi come ondate di calore, alluvioni, siccità e incendi, con danni crescenti a persone, infrastrutture e, non meno importante, interi ecosistemi [2].
A livello globale, l’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili è associato a milioni di morti premature ogni anno. L’OMS stima circa 7 milioni di decessi prematuri all’anno per esposizione all’inquinamento atmosferico ambientale e domestico [3].
Inoltre, il trasporto dell’elettricità dalle grandi centrali ai centri urbani attraverso la rete ad alta tensione comporta perdite energetiche e richiede infrastrutture costose per gestire i flussi e prevenire sovraccarichi. I sovraccarichi sono critici perché, quando la potenza in transito supera la capacità delle linee, gli operatori di rete devono ridurre la produzione di alcuni impianti o attivare misure di emergenza per evitare blackout, con costi aggiuntivi che ricadono sui consumatori.
La sfida delle fonti rinnovabili e l’instabilità della rete
La transizione energetica punta a sostituire i combustibili fossili con fonti rinnovabili o alternative ai combustibili fossili come solare, eolico, idroelettrico, geotermico e biomasse, per ridurre le emissioni di gas serra e l’inquinamento.
Tuttavia, a differenza delle centrali a gas, la produzione da sole e vento non è programmabile: varia in base alle condizioni meteorologiche. Ci sono momenti di forte produzione (sole intenso, vento forte) e momenti di scarsa o nulla produzione (notti, periodi senza vento).
Questa variabilità crea due problemi principali:
- quando la produzione rinnovabile è molto alta e la rete non riesce a trasportare tutta l’energia, parte di essa rischia di essere sprecata;
- quando la produzione è bassa, è necessario ricorrere ad altre fonti o a sistemi di accumulo per garantire la continuità del servizio.
Per questo, oltre a costruire nuovi impianti rinnovabili, è fondamentale gestire meglio i consumi, favorire l’autoconsumo locale e condividere l’energia dove e quando viene prodotta, riducendo la necessità di trasportarla su lunghe distanze.
La soluzione: la Comunità Energetica Rinnovabile (CER)
È in questo contesto che nascono e si sviluppano le Comunità Energetiche Rinnovabili, CER : associazioni formate da cittadini, piccole e medie imprese, enti locali, cooperative, enti religiosi e del terzo settore che decidono di produrre, consumare e condividere energia elettrica da fonti rinnovabili a livello locale.
L’idea di base è semplice: l’energia prodotta durante il giorno da impianti fotovoltaici installati su tetti di abitazioni, capannoni o edifici pubblici viene immessa nella rete di distribuzione e condivisa tra i membri della comunità collegati alla medesima cabina primaria. [Arera]
In questo modo si favorisce l’uso dell’energia rinnovabile nel momento in cui viene prodotta, riducendo la necessità di trasportarla su lunghe distanze e valorizzando gli impianti locali. L’energia condivisa tra i membri della CER è incentivata dallo Stato attraverso una tariffa premio riconosciuta dal GSE per 20 anni, con valori che dipendono dalla potenza dell’impianto e dalla zona geografica. [5]
La CER trasforma così la produzione e il consumo di energia da un fatto puramente individuale a un’iniziativa collettiva, che può portare benefici ambientali ed economici al territorio.
I numeri reali dell’impatto ambientale
Consideriamo, a scopo illustrativo, un’abitazione con un consumo elettrico annuo di 3.000 kWh.
Se si utilizza un fattore di emissione convenzionale di 0,5 kg CO₂/kWh, il consumo corrisponde a circa 1.500 kg CO₂ all’anno. Per il fotovoltaico, le stime dell’IPCC e dell’UNECE indicano emissioni del ciclo di vita dell’ordine di 20–60 g CO₂ equivalente/kWh, molto inferiori a quelle delle fonti fossili. [6]
Assumendo un valore indicativo di 0,05 kg CO₂ equivalente/kWh, le emissioni annue scendono a circa 150 kg CO₂ equivalente. Il confronto suggerisce una riduzione teorica del 90% (sulla base delle ipotesi adottate riguardo al mix elettrico, quota di energia condivisa, metodo di calcolo). [7]
La CER non elimina da sola tutte le emissioni, ma permette anche a chi non ha un tetto adatto o un impianto privato di partecipare a un progetto locale di produzione e condivisione di energia rinnovabile.
Per chi vuole fare la propria parte
Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano uno strumento concreto per coinvolgere cittadini, imprese ed enti locali nella transizione energetica. Informarsi sulla CER nel proprio territorio è il primo passo per capire se e come partecipare a un progetto che unisce benefici ambientali, economici e di comunità.
[1] https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/chapter/chapter-2/
[2] https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/chapter/chapter-11/
[4] http://www.arera.it/fileadmin/allegati/eventi/230222Autoconsumo.pdf/
[6] https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter_06.pdf
[7] https://www.unece.org/sites/default/files/2021-09/202109_UNECE_LCA_1.2_clean.pdf
